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Vittorio Emanuele Orlando: il Presidente della vittoria
post pubblicato in diario, il 25 marzo 2011


                                                



“Resistere, resistere, resistere”
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Quante volte si legge o sente questo triplice grido? Tante. Ma chi fu l’autore di questa storica frase? Vittorio Emanuele Orlando (in foto) eletto presidente del Consiglio il 29 ottobre del 1917, cinque giorni dopo la disfatta di Caporetto: un momento tremendo per l’Italia con 400.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri, altrettanti profughi, intere province del Veneto abbandonate. Passerà alla storia come “il Presidente della vittoria”. Riesce a risollevare la sua gente e l’Italia resiste, ad oltranza e a qualsiasi prezzo, e vince.

C’è ancora Orlando il 25 giugno 1945 in un’aula affollata di Montecitorio, alla vigilia di un nuovo Trattato di pace, che sta per riprendere la parola: “L’Italia non ha ancora finito di essere, l’Italia;  e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato nella storia del mondo. Noi aspetteremo la nostra rivincita non in forma di una guerra, che ferventemente deprechiamo in nome della civiltà in pericolo; ma poiché ci si vuole distruggere, la nostra rivincita consisterà nella nostra risurrezione, nella quale abbiamo una fede fermissima… Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale, perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia”.

Altro momento storico precedente in cui c’è ancora Orlando è il 22 novembre 1924 quando alla Camera illustrando un ordine del giorno sul “ristabilimento della normalità costituzionale” dice a Benito Mussolini che “la libertà non la si definisce, la si sente”. E sempre sua l’accusa ai metodi del governo che non consentivano l’espressione della volontà popolare”: è il 16 gennaio 1925. Tredici giorni prima Mussolini aveva pronunciato il famoso discorso di inizio dittatura. Quando, a fine luglio 1925, alle elezioni municipali di Palermo, vinceranno i fascisti, Orlando si dimetterà da deputato, lasciando la Camera dove era rimasto ininterrottamente dal 1897 allorquando era stato eletto tra i liberali nella XX legislatura. Nella lettera di dimissioni scrive: “Le elezioni amministrative a Palermo mi hanno dato la conferma definitiva di questa verità: che nell’attuale vita pubblica italiana, non vi è più posto per un uomo del mio passato e della mia fede”.

Memorabile il suo discorso al Teatro Massimo di Palermo datato 28 giugno 1925 nel comizio elettorale per la Unione palermitana per la libertà di cui è capolista. Orlando compete con le formazioni fasciste capeggiate da Alfredo Cucco. In quei momenti è in piena attuazione la campagna di repressione della mafia guidata dal prefetto Cesare Mori, ed Orlando così argomenta alla platea: “Or vi dico, signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino all’esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo!”. Dopo aver raccolto con la sua lista 16.616 voti, contro i 26.428 della lista fascista, nell’agosto di quello stesso 1925 si dimette dall’incarico di parlamentare.

Orlando è una figura autorevole nello scenario politico italiano: politicamente vicino a Zanardelli e Giolitti è Ministro di Grazia e Giustizia, della Pubblica Istruzione e degli Interni nei Governi Giolitti, Salandra e Boselli; interventista con la Prima Guerra Mondiale. Poi presidente del Consiglio cinque giorni dopo il disastro di Caporetto. Pur sostenendo di essere rimasto il liberale democratico di sempre, avalla nel 1923 la legge elettorale Acerbo voluta da Mussolini allo scopo di assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare.

Don Sturzo scrive in seguito a questo proposito: “Vedi la strana sorte di questi illustrissimi uomini di diritto, professori e consiglieri di Stato, quali Salandra, Orlando, Perla e Mosca. Appartenenti alla più pura tradizione liberale e Orlando per di più democratico di razza, sono obbligati a cancellare il loro passato, a dichiarare la bancarotta del liberalismo, a forzare la storia del diritto pubblico, a proclamare il dogma del diritto delle minoranze soverchiatrici, per arrivare a costituire un governo che non è più il governo del Re, né il governo del popolo, ma il governo della fazione dominante vestita della legalità di pseudo - maggioranza...”.

Orlando prende le distanze da Mussolini dopo il famoso discorso di inizio dittatura del gennaio 1925. Dopo le dimissioni da parlamentare dell’agosto 1925, Orlando torna, dopo venti anni, sulla scena ufficiale della politica: consultore nazionale dal 1945 al 1946, deputato alla Costituente dal 1946 al 1948, senatore di diritto dal 1948 al 1952. Tiene il discorso d’apertura della prima legislatura della Repubblica Italiana. A 92 anni la sua ultima battaglia parlamentare in opposizione alla riforma della legge elettorale maggioritaria, proposta dalla maggioranza centrista, nota come “legge truffa”. Dal 1950 al 1952 è anche presidente del Consiglio Nazionale Forense. E’ professore per ben 49 anni dal 1882, da quando aveva 22 anni, avendo insegnato diritto pubblico, costituzionale e amministrativo nelle principali Università d’Italia, fino al 1931. Nato a Palermo il 18 maggio 1860, pochi giorni dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, Orlando muore a Roma il primo dicembre 1952.

“Resistere, resistere, resistere”, “concordia nazionale”, “la libertà non la si definisce, la si sente”, “espressione della volontà popolare”, “l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione”, “la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte”. Sono parole e frasi senza tempo... e di indubbia valenza… Vittorio Emanuele Orlando docet…
                                                                                  Marco Malaspina
                                                              © RIPRODUZIONE RISERVATA

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