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Triplice omicidio di Villaricca: ergastolo per Nicola Caterino
post pubblicato in diario, il 4 novembre 2009


                                       


Cesa. Ergastolo per il cinquantaduenne Nicola Caterino detto ‘o cecato (nella foto), giudicato ieri dai magistrati della Corte di Assise di Napoli quale uno dei mandanti del triplice omicidio di Domenico Tambaro, Vincenzo Ranucci e Vincenzo Mauriello risalente al lontano 5 novembre del 1990 e avvenuto a Villaricca in provincia di Napoli. Qui i Casalesi, per favorire il clan Verde, loro alleato, parteciparono al triplice delitto. Per questo stesso triplice omicidio furono assolti Francesco Schiavone detto Sandokan e il cugino Francesco Schiavone alias Cicciariello. Nicola Caterino fu arrestato agli inizi di luglio di quest’anno a seguito dell’operazione “Spartacus End” nell’ambito della quale è accusato dell’omicidio di Pasquale Piccolo, ucciso tra Formia e Gaeta il 21 luglio 1988 perché frequentava Salvatore Bardellino, fratello di Antonio, capo indiscusso della Nuova Famiglia prima di essere eliminato in Brasile, dove si era rifugiato.

Già accusato di questo triplice omicidio e di associazione per delinquere di tipo camorristico, prima di essere riarrestato nell’ambito dell’inchiesta Spartacus End, Caterino aveva ottenuto gli arresti domiciliari a seguito di perizie mediche che attestavano che le sue condizioni fisiche non erano compatibili con il regime carcerario. Un’altra volta Caterino fu arrestato nel lontano 1994 all’interno dell’ospedale San Gerardo di Monza dove si trovava per curarsi gli occhi. Nel reparto ospedaliero l’uomo, come da prenotazione, era arrivato nella mattinata del 30 maggio di quindici anni fa: i medici avevano previsto per lui un lungo ricovero per un intervento di ricostruzione della palpebra inferiore destra e dello zigomo, devastati, nell’autunno dell’anno precedente, da una fucilata al volto. A premere il grilletto fu allora un fedelissimo del clan Mazzara, l’organizzazione camorristica che fronteggiava quella di Francesco Schiavone (detto Sandokan), a cui invece apparterrebbe Nicola Caterino. Da quell’attentato Caterino uscì miracolosamente vivo, ma la fucilata gli costò l’occhio destro e una grave diminuzione della vista dal sinistro. In seguito, sfuggendo ai raid punitivi della cosca rivale, riuscì ad evitare anche le manette: era irreperibile, infatti, da quando, il 19 marzo del ’94, la Procura del tribunale di Santa Maria Capua Vetere emise, assieme a molti altri, anche un ordine di custodia contro di lui per associazione a delinquere. Introvabile lo fu a lungo: fino a quando il commissariato di Aversa e la Dia di Napoli non controllarono a tappeto i centri specializzati in oculistica e ricostruzione facciale. Sapevano che prima o poi l’uomo si sarebbe fatto ricoverare per i postumi della fucilata e così fu: l’ospedale prescelto era il San Gerardo di Monza.

L’ergastolo inflitto ieri a Nicola Caterino, difeso dall'avvocato Alfonso Baldascino, va ad aggiungersi a quelli inflitti per questo stesso triplice omicidio, a febbraio del 2007, dalla quarta sezione della Corte di Assise di Napoli nei confronti di Domenico Feliciello, Francesco e Domenico Bidognetti, Raffaele Cantone e Giancarlo Di Sarno. I pentiti Dario De Simone e Raffaele Ferrara furono invece condannati rispettivamente a 16 e 18 anni.

Il processo riguarda il massacro di tre pluripregiudicati della provincia di Napoli avvenuto nell’ambito di una guerra di camorra raccontata da diversi collaboratori di giustizia. Una vera e propria strage le cui vittime furono Domenico Tambaro, 34 anni, Vincenzo Mauriello, 36 anni e Vincenzo Ranucci di 38 anni, raggiunti da molteplici proiettili esplosi da almeno due fucili e due pistole in uso ad un commando di killer della camorra Casalese che si nascondeva su un furgone parcheggiato in una zona dove sarebbero passate le vittime. Era il pomeriggio del 5 novembre del 1990 quando, alla periferia di Villaricca, in una zona confinante con Giugliano, i tre furono eliminati senza pietà. Le vittime viaggiavano a bordo di una Mercedes, quando furono affiancati da un furgone Renault dal quale partì una miriade di colpi che raggiunsero le vittime freddandole sul colpo. Mandanti, secondo l’accusa, sarebbero stati il pentito Dario De Simone e Francesco Bidognetti. Premeditato, secondo l’accusa, il delitto: il commando predispose un appostamento per portare a termine l’esecuzione contro Tambaro sulla strada che quest’ultimo percorse a bordo della sua Mercedes mentre rincasava. Furono utilizzati diversi mezzi: due potenti Saab ed un furgone che venne posteggiato lungo una rotonda che l’auto del Tambaro avrebbe percorso. Prima fu colpito il conducente dell’auto, poi i fucili si incepparono e, a finire l’esecuzione di Tambaro e degli altri due, ci pensarono Domenico Bidognetti, Luigi Diana (attuali pentiti) e altri tre killer del gruppo.
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