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Paolo Mieli: "Il Giornalismo ci deve lasciare in bocca un retrogusto amaro"
post pubblicato in diario, il 13 novembre 2010







di Marco Malaspina

 

Caserta – Una “cena” virtuale con il giornalista Paolo Mieli che, laltra sera, con la sua “lectio magistralis” sul tema “Stampa e potere: un rapporto difficile”, ha deliziato i palati più raffinati del panorama culturale della nostra città alla biblioteca vescovile. “Il giornalismo ci deve lasciare in bocca un retrogusto amaro”. Con questa frase ha concluso la sua lectio l’ex direttore del Corriere della Sera e presidente di Rcs Libri nonché docente universitario Mieli che si è espresso contro il giornalismo che fa divertire in riferimento ai recenti fatti di cronaca. Una “cena” virtuale che ha avuto contorni dal sapore amaro ma nel complesso gustosa nella quale è stata servita su di un “piatto d’argento” una “pietanza” difficile da preparare come quella del rapporto tra stampa e potere. Ma lo “chef” Mieli, maestro nella “cucina” redazionale di certi “manicaretti” scottanti, ha iniziato la sua “cena” con la presentazione di “aperitivi” sulle vicende che nel corso dei secoli hanno caratterizzato la relazione non sempre facile tra potere e stampa. Eccone un assaggio: “Non esiste una stampa buona e un potere cattivo. All’inizio del ’600 nel Nord Europa è il potere che trasmette la propria versione dei fatti attraverso le gazzette. L’informazione subisce la sorte degli uomini a cui si sono sottomessi e il potere non è mai uniforme. La dialettica dà luogo al fenomeno della richiesta di libertà di stampa. Pensatori come Locke hanno fatto battaglie per la libertà di stampa. In quel periodo i giornali erano autorizzati dal potere. E’ l’Inghilterra che avvia la stampa ad una dimensione più libera con resoconti dialettici che rappresentano un giornalismo trisavolo di quello moderno. Una pamphlettistica breve nella quale si esprimono tesi, libricini che fanno campagne su temi”.

“Nel ’700 – ha continuato Mieli - assistiamo alla diffusione della stampa in tutta Europa. Nel 1763 con il trattato sulla tolleranza di Voltaire assistiamo alla prima battaglia vinta per la libertà di stampa che nasce da un caso giornalistico che aveva riguardato il suicidio del figlio di un mugnaio mentre alla fine dell’Ottocento assistiamo alla seconda vittoria nella campagna di Zola nella battaglia per la riabilitazione del capitano Dreyfus. Questi sono due manifesti della libertà di stampa. Nel 1854 quando era in corso la guerra di Crimea una inchiesta giornalistica del Times fa tremare lo stato maggiore britannico in riferimento alla morte di un corpo scelto della cavalleria per la responsabilità di due generali”. Per Mieli due in sostanza gli “ingredienti” da eliminare nelle “pietanze” della “cucina” giornalistica: “La prima tossina è rappresentata dal fatto che il giornalista nasce di corte e la seconda è la rivoluzione francese del 1789 nella quale tutti i protagonisti avevano i giornali che si facevano con lettere anonime con accuse inverosimili”. Continuando ad utilizzare una metafora culinaria Mieli ha servito alla platea due “primi piatti” del tutto contrapposti tra loro rappresentati, da un lato, da una “informazione anglosassone attenta all’esattezza del fatto con utilizzo del virgolettato e, dall’altro, da un’informazione latina francese per la quale lo scopo è più importante della precisione e i toni non sono affatto sommessi. Ogni dibattito nei giornali di impronta latina è rappresentato da aggressività che prevale sull’esattezza. La stampa quindi si biforca”.

Il “secondo piatto piccante”, per la citazione di alcuni eventi, ha riguardato “lo scandalo del giornale Il Pungolo di Milano che fa un’operazione giornalistica contro i politici trasformisti dopo l’Unità d’Italia quando la classe dirigente si era adattata alla nuova situazione e svela tutti gli affari e imbrogli nei primi anni dell’Unità. Alcuni ministri sono costretti a dimettersi dopo le campagne giornalistiche come nel caso dei due scandali che colpirono prima Giovanni Nicotera con il cosiddetto scandalo della “gamba di Vladimiro” e poi Crispi accusato di bigamia. I giornali sono aggressivi e il rapporto col potere è meno facile. C’è stata poi la campagna contro Giovanni Giolitti, modernizzatore della politica, per i metodi che usava nel Mezzogiorno, posta in essere dal nemico implacabile Gaetano Salvemini che arrivò ad apostrofare Giolitti come ministro della malavita. Una campagna giusta ma eccessiva. Giolitti accusò il colpo ed uscì di scena. Questa fu una delle concause che consentirono al fascismo di affermarsi”.

Il “contorno” indigesto e quindi da evitare è rappresentato dallo schiacciamento della libertà di stampa da parte del potere: “Il decreto attuato nel 1925 che limita e dice addio alla libertà di stampa”. Il “dolce” servito da Mieli è la rappresentazione della situazione d’oltreoceano: “Negli anni 1920-1930 i giornali in America sono liberi. La stampa è indipendente di ispirazione anglosassone: è precisa e allo stesso tempo aggressiva di ispirazione francese. Tutte le notizie hanno dignità di essere pubblicate e i giornalisti che pubblicano notizie false sapendo che lo sono, vengono condannati, se invece si è in buona fede se ne dà evidenza. E’ un giornalismo attento alle regole. E’ difficile corrompere il giornalista. Se esiste una stampa corrotta è quella popolare. Casi rari si registrano nei grandi giornali. E se in Europa i giornalisti barano hanno una sanzione disciplinare ma nessuno paga in modo definitivo mentre negli Usa al danno economico e di legge si aggiunge anche il fatto che non torni alla ribalta”. Verso la fine della sua lectio, la cosiddetta “frutta”, Mieli ha fatto un riferimento ai giorni nostri: “Il giornalismo più libero è Internet dove bisogna avere un brand, un marchio di riferimento. Il potere interviene e censura anche questo tipo di notizie come nel caso della Cina che ha messo delle barriere a Google ma ritengo che questo mezzo potentissimo non sia frenabile. Il problema non è quello di temere gli ostacoli messi dal potere. I giornalisti li sanno aggirare. Il vero nemico è la stampa: occorre più indulgenza al giornalismo latino ed evitare l’effetto chiassata e lo strepito televisivo che ha effetto sui giornali. Tutte cose che non portano bene alla serietà e al modo giusto di fare informazione e che sono un vicolo cieco”. La ricetta di questa gustosa “cena” virtuale? “Non ne esiste una in particolare ma servirebbe un giornalismo più noioso che sia preferito agli effetti speciali e al tempo stesso più preciso con un articolo uno solo che mette con le spalle al muro, che inchioda. Ma per fare questo occorre attenzione, precisione e lavoro”. Non è mancato il “caffè” finale rappresentato dalle domande dei alcuni partecipanti su alcune problematiche. Mieli ha definito “demenziale e da eliminare” la norma sull’omesso controllo a carico dei direttori responsabili dei giornali: “Ogni riga deve poter essere imputata per la parte anonima, ci deve essere cioè la riconducibilità per ogni cosa che viene pubblicata ad un essere umano che se sbaglia paga”. Mieli ha definito “l’informazione della Seconda Repubblica più aggressiva, fatta di carte giudiziarie e quindi un giornalismo di attacco realizzato attraverso dossier fatti di documenti dei magistrati, cosa che non c’era nella Prima Repubblica. E’ facile scrivere sui documenti che arrivano sulla scrivania. Ciò non ha fatto bene all’informazione”. “Il rapporto tra stampa e potere – ha rimarcato Mieli - si deve riequilibrare: bisogna pubblicare meno carte, meno intercettazioni: noi giornalisti dobbiamo fare il nostro lavoro di ricerca che avrà più effetti. Mi batto perché non sia la legge a limitarci. Occorre una morale, un codice, un atteggiamento, disprezzare le chiassate smodate: il carnevale informativo di Tangentopoli che era iniziato è ora finito. Il giornalismo deve investire su serietà e autorevolezza. La lotta in questo ventennio c’è stata tra Magistratura e Berlusconi: la stampa è stato solo un megafono, non ha fatto nulla a differenza invece del giornalismo dello scandalo del Watergate fatto di ricerca di testimonianze che avvalorassero una tesi, di una campagna stampa che va a cercarsi le prove, che si pone dubbi. Insomma i giornali devono fare loro le inchieste”. Questa lectio si è svolta nell’ambito del Corso di Comunicazione per addetti stampa del terzo settore, ecclesiali e istituzionali dell’Istituto Superiore di Scienze religiose di Caserta (organizzato dal giornalista Luigi Ferraiuolo), che è collegato alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, alla presenza del vescovo Pietro Farina, del prefetto Ezio Monaco, del presidente del tribunale Andrea Della Selva e del procuratore Corrado Lembo. I lavori sono stati introdotti da don Nicola Lombardi, direttore dell’Issr. All’evento hanno partecipato anche il presidente dell’Assostampa Caserta De Simone, il giudice Orazio Rossi; il docente universitario Adolfo Russo; il parlamentare Stefano Graziano, l’avvocato Carlo Marino; il sindaco di San Potito Sannitico e tanti giornalisti e autorità, tra cui il direttore de il Corriere del Mezzogiorno, Marco Demarco, oltre agli allievi del Corso di comunicazione e a tanta gente comune interessata alla lectio.


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permalink | inviato da Malas il 13/11/2010 alle 1:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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