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Il Palazzaccio annulla la condanna per omicidio: era infanticidio. Nuovo processo d'Appello per la maddalonese Grieco
post pubblicato in Omicidi, il 7 ottobre 2010


                          




Maddaloni (Caserta) - La Corte di Cassazione ha annullato oggi la sentenza di condanna inflitta in secondo grado nei confronti di Maria Rosaria Grieco, maddalonese della zona di via Cancello, con rinvio a diversa sezione della Corte di Appello di Napoli sulla corretta qualificazione giuridica del fatto. I giudici romani del Palazzaccio (nella foto), infatti, accogliendo le istanze dell’avvocato difensore Agostino Imposimato, hanno ritenuto, nel caso sottoposto alla loro attenzione, che la Grieco debba essere giudicata non per omicidio volontario ma per infanticidio (un delitto che prevede una pena senza dubbio inferiore rispetto all’assassinio in senso stretto). Lo scorso anno la Grieco, che attualmente ha ventisei anni, aveva ottenuto uno sconto di pena in Appello per omicidio volontario ed occultamento di cadavere. La seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli il primo dicembre 2009 aveva inflitto dodici anni di reclusione riformando la sentenza di primo grado, emessa il 25 giugno del 2008, con la quale la giovane donna di via Cancello era stata condannata a sedici anni. I fatti di cui al procedimento penale risalivano alla fine di luglio del 2007 allorquando la giovane imbavagliò e depositò in un cassonetto della spazzatura il figlio appena nato, che morì per asfissia. La giovane nelle sue ammissioni riferì agli inquirenti di “aver partorito da sola nel bagno dell’abitazione alle prime luci dell’alba senza alcun aiuto da parte dei familiari” e di essere riuscita a nascondere la gravidanza sino al parto, restando vaga anche sul particolare di come il neonato abbia perso la vita. Maria Rosaria Grieco all’epoca dei fatti fu piantonata dai carabinieri in una stanza della clinica San Michele, dove fu sottoposta ad un intervento chirurgico a causa di quella violenta emorragia che insospettì i medici tanto da indurli ad allertare la vicina stazione dell’Arma, quando ancora nulla era stato scoperto. Poi il ritrovamento nel cassonetto della spazzatura, davanti casa, del figlio morto da poco partorito dalla giovane ragazza, che aveva avuto una relazione con un uomo sposato. La vicenda all’epoca scosse la comunità maddalonese. Attualmente la ragazza è agli arresti domiciliari. Nei suoi confronti dovrà pronunciarsi di nuovo un’altra Corte di Appello di Napoli non più sul delitto di omicidio volontario (articolo 575 del codice penale) ma su quello di infanticidio (articolo 578) così come deciso oggi dai magistrati del tribunale di ultima istanza. Tale figura delittuosa si differenzia dall’omicidio per la circostanza dell’immediatezza tra la soppressione del neonato ed il parto, nonché per le particolari condizioni in cui matura la condotta.

                                                                                                                          Marco Malaspina




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Omicidio Migliore, 30 anni ciascuno per Gennaro Bernardo e Orlando Della Morte
post pubblicato in Omicidi, il 29 aprile 2010


San Felice a Cancello (Caserta). Gennaro Bernardo detto ‘o mast i fest e Orlando Della Morte alias ‘o mostro sono colpevoli dell’omicidio di Maurizio Migliore. La seconda Corte d’Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta dal magistrato Maria Alaia, giudice a latere Orazio Rossi, ha emesso ieri sentenza di condanna a trenta anni di reclusione ciascuno escludendo l’aggravante dell’efferatezza e riconoscendo il dolo eventuale. L’omicidio di Maurizio Migliore avvenne il primo novembre 2007 in una piccola stanza, adibita a ufficio, poco distante dall’ingresso del cimitero di San Felice a Cancello. Avvocato di parte civile è Luigi Mazzone che rappresenta i familiari della vittima, difensori dei due riconosciuti colpevoli gli avvocati Claudio Davino, Luigi Senese e Vittorio Giaquinto. Il pubblico ministero Donato Ceglie in sede di requisitoria all’udienza del 23 marzo aveva chiesto l’ergastolo per i due imputati Bernardo e Della Morte. Migliore aveva 40 anni ed era dipendente di una ditta di luminarie, gestita da due suoi fratelli, che aveva l’appalto per le lampade votive nel cimitero in occasione della commemorazione dei defunti. Fu ferito, con colpi d’arma da fuoco, sotto gli occhi del figlio di 8 anni e di un altro operaio, morendo dopo due settimane di agonia in ospedale. L’omicidio fu compiuto in una piccola stanza, adibita a ufficio, poco distante dall’ingresso del luogo sacro, dove Migliore stava controllando la documentazione relativa alle lampade votive. Secondo le indagini operate dai carabinieri, a scatenare l’ira dei due killer fu uno sguardo di sfida che Migliore (il quale sembra avesse vecchie ruggini con Bernardo) avrebbe rivolto ai due. I due, dopo avere incontrato Migliore, si sarebbero armati di due pistole e, tornati al cimitero, nonostante la presenza del bambino, avrebbero fatto irruzione nell’ufficio esplodendo contro l’operaio numerosi colpi. Sarebbero, poi, fuggiti facendo perdere le loro tracce. Tra l’ucciso e Bernardo, quest’ultimo pregiudicato anche con precedenti per spaccio di droga, ci sarebbero già stati in passato motivi di contrasto e discussioni, ma sempre per banali motivi. Bernardo e Della Morte furono presi il 22 gennaio del 2008: il primo, 30 anni, pregiudicato, di professione grafico pubblicitario e titolare di un chiosco-bar a San Felice fu acciuffato ad Acerra nell’abitazione di Fiorentina Olivieri, di 27 anni; il secondo, 33 anni, finì in manette a Montesarchio presso l’abitazione di Gabriella Feleppa, 31 anni. Gli arresti furono eseguiti dai carabinieri di Maddaloni, agli ordini del capitano Bruno Capece.



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Caso Ogaristi, la Cassazione accoglie il ricorso con invio degli atti alla Corte di Appello di Firenze
post pubblicato in Omicidi, il 27 marzo 2010


                      



Casal di Principe. Caso Alberto Ogaristi (in foto), un innocente che sta scontando un ergastolo per un omicidio che non ha commesso: la Cassazione ha accolto il ricorso, annullando il provvedimento di inammissibilità della Corte di Appello di Perugia, con rinvio degli atti alla Corte di Appello di Firenze che dovrà decidere a questo punto di nuovo nel merito sull’ammissibilità dell’istanza di revisione proposta dalla Procura di Napoli su sollecitazione della difesa. “Si tratta di un grosso passo in avanti per ottenere la scarcerazione di Ogaristi. Si spera a questo punto che la Corte di Appello di Firenze non bocci la richiesta di revisione come purtroppo hanno già fatto quella di Roma e quella di Perugia”. Ha così commentato l’avvocato Massimo Biffa che assiste Ogaristi. Così invece l’altro difensore Romolo Vignola: “Auspichiamo che finalmente possa essere dichiarata l’ammissibilità del giudizio di revisione da parte della Corte di Appello di Firenze in modo che Ogaristi possa vedere finalmente proclamata la sua innocenza. A questo punto sarebbe veramente incomprensibile una nuova valutazione negativa che impedisse l’inizio del giudizio di revisione rinviando al passaggio in giudicato della sentenza nel processo che si sta celebrando al tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti dei pentiti che si sono dichiarati colpevoli dell’omicidio di Antonio Amato”. Alberto Ogaristi, giovane muratore incensurato, è stato accusato di aver fatto parte del commando che, il 18 febbraio del 2002, a Casal di Principe, crivellò di colpi, uccidendolo, Antonio Amato, parente di un boss della zona, e ferendo suo cognato, l’albanese Telat Qoqu. Una vicenda che ha dell’inverosimile: dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti che scagionavano il muratore di Casal di Principe la prima sezione della Corte di Cassazione a febbraio del 2009 annullò la decisione della quarta sezione della Corte di Appello di Roma che aveva dichiarato inammissibile la richiesta di revisione del processo. La Suprema Corte accogliendo la richiesta del procuratore generale Eugenio Selvaggi,  infatti, annullò la bocciatura dell’istanza rinviando gli atti a un’altra Corte di Appello, nello specifico quella di Perugia. Quest’ultima Corte però dichiarò l’inammissibilità dell’istanza sulla base del fatto che le dichiarazioni dei pentiti che scagionano Ogaristi non sono state vagliate da una Corte d’Assise ma erano solo state raccolte in sede di investigazioni. Contro questa decisione i difensori hanno quindi presentato un nuovo ricorso per Cassazione sulla legittimità della richiesta di revisione portata avanti dalla Procura di Napoli su loro sollecitazione. E per la seconda volta ieri la Suprema Corte si è espressa favorevolmente accogliendo l’istanza. Ora gli atti dalla Corte di Appello di Perugia passano a quella di Firenze per la valutazione nel merito dell’istanza di revisione.

La storia di Ogaristi comincia otto anni fa con la testimonianza dell’albanese scampato all’agguato, che sulla base di alcune foto segnaletiche dei carabinieri indica il killer proprio nel giovane Ogaristi. L’arresto è immediato. Due anni di galera in attesa del processo con la speranza che il suo alibi possa essere determinante. Al momento dell’omicidio, infatti, Alberto era in tutt’altro luogo, in compagnia della fidanzata. Questa è sempre stata la sua versione. I giudici gli credono e lo assolvono. Alberto si fa due anni di prigione e assapora finalmente la libertà. Ma siamo solo all’inizio delle sue sventure. In Appello il giudizio di primo grado viene ribaltato: ergastolo. Non valgono più le sue parole, non servono a niente le dichiarazioni della fidanzata. Conta il riconoscimento fatto dall’albanese Telat Qoqu, che nel frattempo lascia anche l’Italia e diviene irrintracciabile. Il 17 giugno del 2007 anche la Suprema Corte ritiene Alberto uno spietato assassino: carcere a vita confermato, fine pena mai. Con il sigillo del terzo grado di giudizio le speranze svaniscono. Alla fine finisce nel carcere romano di Rebibbia, e da allora vive lì. Quando il destino sembra segnato, s’apre uno spiraglio. Massimo Iovine, boss di Villa Literno, una volta acciuffato e portato davanti al magistrato, come prima cosa fa mettere a verbale queste dichiarazioni: “Ho un peso sulla coscienza in relazione a una persona che è stata condannata all’ergastolo per colpa mia e che invece è innocente (...). Ribadisco, in carcere c’è un giovane che sta pagando per un omicidio commesso da me (...), quell’Ogaristi, o come si chiama, non c’entra niente”. La vittima, racconta Iovine, è stata presa di mira dai “bidognettiani” per vendetta contro l’amico loro Cesare Tavoletta, divenuto collaboratore di giustizia. Il morto ammazzato faceva parte del suo gruppo. Per Iovine l’esecuzione fu opera di Luigi Guida, boss napoletano nominato reggente dal capocosca Francesco Bidognetti, e in sua compagnia c’era Giovanni Letizia, uno dei killer della strage di Castelvolturno, con due della manovalanza: Luigi Grassia e Gaetano Ziello. Allo spiraglio di Iovine, s’aprono via via altri fari di luce. Altri pentiti confermano la dichiarazione del primo dichiarante. Emilio Di Caterino, sicario tra i più efficienti del boss Setola, scagiona pienamente Alberto. E così Oreste Spagnuolo: “Letizia mi disse che era stato accusato da un albanese un ragazzo che non c’entrava niente, tale Ogaristi Alberto, che aveva una forte somiglianza con Grassia Luigi, detto ’o ragno, che aveva effettivamente partecipato all’omicidio come esecutore”. Per Ogaristi però per ora le porte del carcere restano incredibilmente chiuse.


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Omicidio Russo: assolto Bifone, ventiquattro anni per Di Girolamo
post pubblicato in Omicidi, il 25 febbraio 2010


                                      


Portico di Caserta. Omicidio del sessantacinquenne Francesco Russo: assolto Antonio Bifone (nella foto) per il quale ieri il pubblico ministero Alessandro Milita al termine della sua requisitoria aveva chiesto l’ergastolo. Ventiquattro anni invece inflitti a Carmine Di Girolamo, ex collaboratore di giustizia.
Questa la sentenza emessa oggi della prima sezione della Corte d’Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta da Elvira Capecelatro, giudice a latere Maria Francica.

Antonio Bifone è ritenuto dagli inquirenti boss di Portico di Caserta ed è difeso dall’avvocato Angelo Raucci. L’ex collaboratore di giustizia Di Girolamo con le sue dichiarazioni aveva tirato in ballo Bifone, accusato di aver accompagnato con l’auto il commando omicida. Si tratta di un delitto molto retrodatato nel tempo risalente al lontano 13 aprile del 1982. In quel tempo a Lusciano in via Macedonia ci fu una sparatoria sul marciapiedi posto dinanzi al bar Lanterna a seguito della quale perse la vita Francesco Russo che non era il vero obiettivo del commando: fu ucciso per sbaglio mentre altri tre passanti rimasero feriti. Secondo l’accusa, caduta in sede di giudizio, Bifone, “agendo in concorso con Di Girolamo e Tammaro Musto (deceduto) al fine di assicurarsi il profitto del reato associativo (poi di stampo mafioso), nella fattispecie l’eliminazione di un esponente di un’associazione rivale che all’epoca era la cosiddetta “Nuova Famiglia”, quali componenti ed affiliati della Nco di Raffaele Cutolo per l’affermazione del potere mafioso sul territorio, esplodendo numerosi colpi di arma da fuoco con un fucile calibro 12 ed una pistola calibro 7.65, armi clandestine non meglio individuabili, all’indirizzo di Francesco Pezzella, Giuseppe Venditto e Luciano Di Cicco – così compiendo atti univoci e diretti ad ucciderli – ed errando nelle modalità esecutive dell’omicidio, cagionavano la morte di Francesco Russo e ferivano Luigi Pellino e il diciassettenne Francesco Capano colpiti agli arti, nonché Giuseppe Venditto ferito nella circostanza ad un braccio”, vittime che si trovano per caso sul luogo della sparatoria. Il tutto con l’aggravante di aver commesso il fatto sottraendosi all’ordine di cattura per un precedente reato.




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